Solitudine…

_ANG4198
“Che strana sensazione la solitudine. Non è mancanza nè assenza, nè vuoto nè pienezza, è un limbo, una terra di mezzo, una zona franca dove ti puoi perdere o trovare, un luogo da dove puoi partire o dove puoi arrivare.”                                                                                                      Foto ©AngelaPetruccioli   Testo ©AngelaPetruccioli

 

 

 

Verona. . .

ANG_5575
Quando lo spettro della Peste passò su Verona, l’effetto incredibile che ebbe sulla vita delle persone lasciò un segno indelebile anche per le vie della città. Non fu l’abitato più martoriato in termini numerici, perché Milano contò centinaia di migliaia di vittime, ma considerato il numero ben più esiguo di abitanti Verona, quest’ultima fu il cuore nero della Peste del 1630. Furono 33.000 le vittime. Il 61% della popolazione. Più della metà. Morti. Malati. Andati. Inghiottiti dal morbo. Sapete che vuol dire? Giusto per farvi un paragone, se oggi succedesse nella città in cui voi abitate, sparirebbe la maggior parte dei vostri conoscenti. I vostri vicini di casa. I vostri insegnanti. I vostri parenti. I vostri amanti. Perduti. Andati. Morti. 61% della popolazione vuol dire che ogni cosa si ferma. Che la maggior parte delle case si svuota. Che intere vie, una volta popolate del chiacchiericcio dei passanti, diventano gallerie cineree di una pinacoteca mortuaria. Al peggio, calpestavi cadaveri per strada. Al meglio, ti ritrovavi da solo. I tavoli delle locande senza avventori. Chiese dalle porte divelte e dai paramenti sacri rubati, le assi cigolanti per il vento che sussurra nelle orecchie di chi è sopravvissuto. I primi giorni sono una specie di orgia delle peggiori infamate umane: gente che, con la scusa di una probabile morte nei giorni successivi, faceva tutto quello che aveva soppresso in tanti anni di normalità. Gente che si sentiva legittimata a rubare, godere, uccidere, picchiare. Perché tanto chi gliel’avrebbe fatta pagare? Non c’era legge nei paesi con la peste. E in quel 1630 anche Verona divenne prima Inferno, con demoni danzanti, umani che avevano perso umanità. Poi divenne Purgatorio. Silenzio. Perché quando muore gran parte della città c’è un silenzio surreale che nessuno si aspetterebbe. Finite le orge, finito lo spettacolo triste e indecoroso dell’umanità impazzita in preda alla paura e all’egoismo, finite le urla, finito tutto quel che lo spettacolo della Peste poteva offrire… ecco, rimanevano solo i morti. I cadaveri e il silenzio. E il tintinnio di qualche monatto.   Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©MachinaReiMilitaris

Il mare…

AngelaPhoto13

“Guardò il mare e capì fino a che punto era solo, adesso. Ma vedeva i prismi nell’acqua scura profonda, e la lenza tesa in avanti e la strana ondulazione della bonaccia. Le nuvole ora si stavano formando sotto l’aliseo e guardando davanti a sé vide un branco di anatre selvatiche stagliarsi nel cielo sull’acqua, poi appannarsi, poi stagliarsi di nuovo, e capì che nessuno era mai solo sul mare.”
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo cit. da “il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway

L’ira…

AngelaPhoto12C’era stato un periodo in cui Agrippina aveva pianto fino a consumarsi le gote, fino a farsi venire le ginocchia sbucciate per quanto spesso si gettava a terra nella disperazione. C’era stato un periodo in cui Agrippina aveva, con amarezza e con rimorso, rimpianto tutti i giorni in cui Germanico le era stato lontano. I giorni in cui aveva affiancato Tiberio in Germania e il leone che sarebbe diventato aveva già fatto mostra della sua bella criniera. I giorni in cui fu eletto Console e gli bastò presentarsi di fronte alle legioni per quietarle, per placarle, per rimetterle in riga. Non ebbe bisogno nemmeno di alzare la voce. Lui si presentò e i legionari che si erano dati alla macchia, al saccheggio e allo stupro abbassarono gli occhi in vergogna. Rimpianse quei giorni lontana da lui. I giorni, poi, in cui Germanico riconquistò le aquile perdute a Teutoburgo. E rimpianse soprattutto, infine, i giorni dell’incarico ad Oriente. I giorni in cui suo marito aveva premiato Pisone. I giorni in cui quell’infame lo aveva avvelenato. Ogni giorno che Agrippina non aveva passato con Germanico, lui aveva speso quelle ore per Roma. E la cosa più orribile era che Roma non lo aveva ringraziato. Alla cerimonia funebre delle ceneri, Agrippina aveva pianto talmente tanto che sentiva i suoi occhi ardere come durante un incendio. Sì, c’era stato un periodo in cui Agrippina aveva pianto fino a consumarsi le gote, fino a farsi venire le ginocchia sbucciate per quanto spesso si gettava a terra nella disperazione. Ma quando perfino Tiberio si rifiutò di presentarsi al funerale del marito, Agrippina conobbe un nuovo sentimento. Non il rimpianto, che conosceva bene. Non l’amarezza, troppo blanda rispetto a quel che i suoi polsi tremanti e il suo cuore battente le suggerivano. Quello che provò Agrippina, quando si ritrovò circondata di altre persone che lo amavano, tutti, tranne Pisone e Tiberio, infami, lei fu presa da una nuova, inusitata abitante della sua mente. L’ira. La traboccante, incontrollabile ira.

Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©MachinaReiMilitaris

POST – APOCALISSE

AngelaPhoto2

Via Ostiense era una riga di squadra che puntava dritta e risoluta verso il Sud della città ed arrivava fino ad Ostia, da cui prendeva il nome. Doveva essere stata piuttosto trafficata, un tempo: numerose macchine erano ferme in mezzo alla carreggiata, completamente arrugginite. In una piccola utilitaria c’era addirittura lo scheletro antico di una vittima prebellica. Le crepe dell’asfalto avevano avvallato la strada in più punti e gli edifici ai lati si scrostavano sotto il lavoro incessante dell’impietoso sole. Pioveva nel post-apocalisse? Non seppe darsi una risposta.

Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©MachinaReiMilitaris

Io sono Roma… (parte 2)

AngelaPhoto5
“Io sono Roma. Sono una vecchia. Una bellissima vecchia con millenni sulle spalle. I lupi mi allattano, le aquile mi proteggono, i leoni mi temono. Dormo sotto gli scudi a testuggine, mi culla il suono dei tamburi, i corni da guerra intonano la mia ninna nanna. Io ho partorito, ucciso e divinizzato Cesare. Io l’ho elevato tanto che nessuno al mondo lo sussurra senza sentire il fremito di un antico saluto – Ave Cesare! –, senza respirarne l’ambizione e la bellezza, senza provare invidia per chi si è fregiato del suo nome, un nome che divenne titolo.”
Foto   ©AngelaPetruccioli
Testo ©MachinaReiMilitaris