Movimenti precisi…

“… -Cosa ricordi di tuo padre?…-
Bella domanda che mi sono fatta tante e troppe volte. I ricordi si fanno nebulosi, sfocati, brevi lampi di memoria mi fanno ritornare alla mente i piedi visti dall’alto quando mi portava sulle spalle, la sua faccia, i suoi vestiti, lui mentre guida per portarci in vacanza, l’odore al ritorno da una battuta di caccia, lui che torna a casa la sera stanco dal lavoro, lui che ci porta in barca e mi lascia la lenza affinchè qualche pesciolino abbocchi. Il mare sì, il legame diretto con lui è questo; una distesa blu a perdita d’occhio lievemente increspata dalle onde, i racconti di lui che va a pescare di notte, la sua passione oltre la caccia. Io che sono contro la violenza sugli animali,  me lo immagino mentre impreca contro un dio qualsiasi che gli ha fatto avere una figlia animalista; lo immagino mentre sicuro di quel che fa, guida la barca lontano, a largo, mentre si addentra nell’oscurità che solo il mare riesce a regalarti. Lui che sta lì, intirizzito dal freddo ma felice; la gioia nel tirare su cefali, orate, fragolini, scorfani… li slama veloce e li mette nella cassetta, rimette l’amo alla lenza, l’esca, il neon e lancia più lontano che può … Quell’inconfondibile rumore del mulinello che libera la lenza non lo dimenticherò mai. I suoi movimenti sono precisi, diretti, senza indugi, senza tentennamenti, esperienza e sicurezza guidano le sue mani anche di notte, al buio.
… – Cosa ricordi di tuo padre?…-
Ricordo il mare, di questo sono sicura…”
 
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©AngelaPetruccioli

E’ bello tornar bambini…

“Cos’è che ci ha fatto intristire così? La vita o Il tempo che scorre veloce? Cosa ci ha reso così imbruttiti, chi ci ha rubato l’innocenza dai nostri occhi? Perché non riusciamo più ad essere ingenui e genuini, semplicemente contenti di vivere? Eppure sarebbe bello tornare bambini, ritornare a sorridere per una coccinella che ci si posa su una mano, a saltare nelle pozzanghere, a scarabocchiare fogli e pareti, a fantasticare sui colori di una bolla di sapone…”
 
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©AngelaPetruccioli

L’abbandono…

“…E ora che si fa?… La curiosità è femmina ed io non faccio eccezione alla regola; parlo sempre da sola soprattutto quando esco per fotografare, chi tace acconsente ed io sono la mia interlocutrice  preferita. Mi sono svegliata presto oggi per una delle mie “battute di caccia”; il posto l’ho scelto due giorni fa, una casa abbandonata in un paesino qui vicino; ci vanno spesso tutti quelli che fotografano i luoghi abbandonati, ultimamente fioccano dal cielo queste associazioni. Ma io non farò come tanti, non voglio alterare la scena, io voglio interagire con essa, parlarci, e come un voyeur che si avvicina ma non troppo, quando arrivo alla casa abbandonata, rimango fuori. La studio, mi fermo e poi riparto; ho dovuto attraversare quello che una volta era un giardino ed ora è una foresta di rovi e ortiche, il cancello arruginito è poggiato a terra, sembra si stia riposando per la stanchezza. Faticosamente e con qualche graffio in più sulle gambe ( e spero solo quello) arrivo a ridosso della casupola; mattoni di tufo verdi muschiati fanno capolino da sotto l’intonaco venuto via, l’entrata ha ancora i cardini con un pezzo di legno ancora attaccato e del tutto ammuffito, una volta doveva essere una porta assai leggera; vedo solo due finestre da questo lato, le imposte di legno ci sono ma  dei vetri ormai ne sono rimaste solo le schegge in terra. Il tetto mostra solo alcune enormi travi in legno, quelle hanno resistito alle intemperie, ma non il rivestimento, venuto via ormai da tempo. L’insieme mi fa pensare ad una casa modesta, umile, contadini? Forse sì. Dopo le prime considerazioni, comincio a scattare, una, due, dieci fotografie, ogni angolazione e ogni punto luce è buono ma mi perdo, dopo un po’ mi rendo conto di aver smarrito il senso della mia visita e del tempo. Mi fermo, mi capita spesso quando esco, prima la perlustrazione, poi gli scatti a raffica e poi il disorientamento, ma mi riprendo sempre; c’è l’altra me che mi richiama all’ordine, la me più razionale e ordinata mi ferma e mi ricorda il motivo per il quale ho deciso di arrivare fin qui. Qual era il tuo obbiettivo? Ah sì. Ora ricordo, volevo fotografare l’abbandono ma senza adulterare il posto, devo interagire ed entrare nell’ottica. Cos’è abbandono? Pensa… E’ quel che resta dopo aver vissuto intensamente qualcosa, dopo averla desiderata, assorbita, masticata e poi risputata; è volere per poi lasciarsi, è amare per poi odiare. L’accezione non sempre è negativa, l’abbandono è lasciar andare, è far sopravvivere qualcosa anche dopo il nostro passaggio.
Ok, ora ci sono, sono rientrata nei ranghi, sono nella giusta prospettiva, la devo solo applicare al momento presente e al luogo… vai… parti… click!, click!, click!.. ok, ora basta… via. Niente sprechi, non rimango più del necessario, tutto si è svolto nel silenzio più assoluto, come piace a me. La totale assenza di rumori è la forma più alta di rispetto per ciò che qui è passato e vissuto; ecco è proprio questo il suono dell’abbandono, solo i miei piedi che schiacciano mattonelle rotte o rami rinsecchiti. Ora esco, torno a casa. Sono l’ennesimo abbandono per questa casa, testimone di vite di passaggio.”
 
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©AngelaPetruccioli

Inverno dentro…

“…Era lì, seduta sulla solita panchina di pietra, dal naso sbuffava piccole nuvole di freddo, il cappello di lana era illuminato dal magro lampione accanto, come uniche compagne aveva qualche falena attirata dalla gialla luce sovrastante. Era il ritratto della solitudine invernale che attanaglia chi si porta un’assenza dentro. Aspettava forse qualcuno ma non ne sarei stata così certa, sembrava più un attesa immobile la sua, un fermo immagine grigio come il cielo. Ogni giorno si sedeva lì, in quel punto preciso, su quella panchina sotto quel lampione, e si fermava; rimaneva così, con lo sguardo perso di chi c’è ma non c’è, di chi è presente solo nel corpo ma non nell’anima, fissava un punto senza osservare nulla, non cercava niente con lo sguardo, lei aveva già trovato tutto e perso tutto al tempo stesso. Quanto si può rimanere fermi, persi in un posto e in un punto preciso, quanto tempo deve passare affinchè la vita possa riemergere? Non lo so, so che lei è lì, presente e al contempo assente, il freddo non la scalfisce, il buio non la turba, la solitudine non le fa paura. La osservo da lontano e non riesco a non fantasticare su di lei, sulla sua vita, annotando ogni piccolo dettaglio che possa farmi intuire qualcosa in più sulla sua vita.  Ma è impenetrabile come il freddo di questi giorni, eterea come la neve, lei ha l’inverno dentro.”
 
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©AngelaPetruccioli

Promesse da marinaio…

“…Quando lo vide lì sul molo, in divisa a parlar coi suoi compagni, lei sapeva come sarebbe andata a finire. Lo stesso valeva per lui quando girandosi la vide ferma nel suo vestito a fiori inondata dal sole di mezzogiorno. Si erano scelti prima di tutto con gli occhi, una connessione eterea che nessuno avrebbe potuto vedere e che solo loro potevano percepire. Cosa ci sarà mai dietro uno sguardo? Cosa può nascondere? Beh chiedetelo ai due innamorati e vi diranno che c’è tutto e non c’è niente, c’è caos e rumore, c’è pace e silenzio, c’è amore e passione, c’è desiderio e aspettativa, c’è paura e tensione. Si amarono, tanto, in ogni momento del giorno e della notte, si studiarono, memorizzarono ogni singolo tratto del loro corpo e della loro anima; la loro era passione allo stato puro declinata in ogni accezione fisica e mentale. Passarono ore e giorni ma  ciò che sapevano con certezza i due innamorati è che non sarebbe durata a lungo, il mare lo chiamava. Lui allora le disse “Tornerò te lo prometto!”
Ma come poteva lei credere alla promessa di un marinaio sposato con le onde e la spuma del mare, devoto ai venti e alla salsedine, innamorato delle stelle e dell’orizzonte sempre più lontano? Entrambi sapevano che non si sarebbero mai più rivisti… o forse sì, forse in un tempo e in uno spazio che solo loro avrebbero trovato.”
 
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©AngelaPetruccioli

L’oblio…

“…E allora lasciami qui, lasciami soffocare nel buio, lasciami cadere nello sprofondo, lasciami sola tra mille voci, lasciami nella confusione di mille pensieri. Dimenticami e dimentica, abbandonami per non cercarmi più, perché sai che non sarebbe mai come prima, non sarà mai come tu vorrai. Lasciami in questo spazio affinché io possa vagare indisturbata, lasciami nel tempo di un battito di ciglia che diventerà eterno come l’oblio a cui mi consegni…”
 
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©AngelaPetruccioli

L’attesa di quel treno…

“Ma quanto ci mette? Ecco lo sapevo, di nuovo in ritardo… Mi sono sempre chiesta come mai più una cosa la aspetti con ansia e più quella arriverà in ritardo; è proprio vero che le attese logorano l’anima e la pazienza, e io sono famosa per non essere Gandhi! E a pensarci bene sono tante le cose che nel corso della mia vita sono arrivate in ritardo: le mestruazioni dolorose, il primo bacio con la lingua, l’agognata laurea, la prima vera relazione duratura, la patente di guida, il primo lavoro con relativo primo magro stipendio (anch’esso in ritardo), il primo trasloco per emanciparmi  dalla famiglia e poi questo maledetto treno!… Eppure quando c’è qualche delusione in vista, lì sì che i colpi bassi arrivano subito. Come ganci ben assestati sulla bocca dello stomaco, gli insuccessi nella mia vita sono arrivati express, diretti e centellinati poco per volta: il primo fidanzato che ti lascia per la tua ex migliore amica, gli esami non superati perché il docente non ha gradito la maglietta a collo alto anziché la camicetta sbottonata, quella relazione che credevi fosse duratura e invece è finita con un messaggio vocale su whatsapp, il primo tamponamento per quello stronzo davanti a te che guardava il cellulare e non ha visto il pedone che attraversava, il primo licenziamento e la successiva siccità sul conto in banca, il quinto trasloco che ti fa pensare se oramai non sia meglio comprare una roulotte e darti alla vita da nomade. Solo una cosa non arriva mai puntuale: il treno! Eppure ci ho messo tanto nel decidermi, ci ho perso il sonno e le notti, mille i dubbi, mille le paranoie e una cosa sola speravo vivamente: non tanto la riuscita nell’intento che mi ero prefissata ma che almeno il treno, quel treno che mi avrebbe portato via lontano e che si dice passi una volta sola, fosse in orario. Ho chiesto solo una cosa a gran voce (non so a chi ma l’ho chiesto)  durante tutte le nottate passate a fissare il soffitto: niente attese, nessun indugio perché so che effetto avrebbero avuto su di me e cioè il ripensamento. E allora dai, sbrigati a passare, che ho fretta di cambiare!…”
 
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©AngelaPetruccioli

Verso il cielo…

“E’ buffo vedere il mondo dalla mia prospettiva, ci penso spesso! Sono esattamente a metà strada tra l’alto e il basso, tra il cielo e la terra, tra questo e quello; ovunque io guardi c’è qualcosa da osservare, c’è qualcosa da capire e seguire. Le mie radici sono i miei occhi verso l’oscurità, verso ciò che c’è di più profondo, verso quel mondo sotterraneo invisibile ai più ma che è fondamentale per la mia sopravvivenza e che troppe volte viene deturpato, insozzato e devastato. I mie rami sono le mie mani protese verso il cielo, esse ricevono luce e la trasportano attraverso tutto il mio corpo rugoso e immobile cosicché io possa scaldarmi e gioirne. E mentre dei gabbiani passano sopra di me urlando sguaiatamente, il vento tra le mie fronde mi dà l’illusione che anch’io possa danzare e muovermi al ritmo dell’universo. E’ buffo, da un albero cosa ci si aspetta se non l’immobilismo? E’ buffo, voi mi considerate come un qualcosa di inanimato e superfluo, eppure io sono qua, vi osservo continuamente, voi che vi muovete come piccole formiche iperattive senza un filo logico o una necessità; cosa ne sapete voi di un albero, voi che non sapete cosa significhi “fermarsi”, distendersi, allungarsi per poi stare zitti e riflettere”
 
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©AngelaPetruccioli

Neve tutto intorno…

“C’è un silenzio spettrale, nessun rumore, niente di niente, tutto è fermo e immobile. Esco, ho il pigiama e sento un freddo micidiale nelle parti scoperte del mio corpo; rimango ferma sulla soglia della porta e mi guardo attorno. C’è bianco ovunque, accecante, mi fa girare la testa… sarà il freddo penso tra me, sarà questa quiete irreale, opprimente, anormale. Strizzo gli occhi per abituarmi, cerco di mettere a fuoco quel che non c’è più, mi obbligo a dare una forma a quel che forma non ha più, divento un radar per scavare e dissotterrare ciò che è stato sommerso. C’è neve tutto intorno a me, ovunque io guardi, ovunque… Mi manca l’aria, eppure c’è vento, lo sento freddo sulle guance e sui piedi nudi; sono ancora sulla soglia di casa, un mucchietto di neve cade dai rami dell’albicocco in giardino. Stalattiti pendono dalla tettoia che ha protetto una parte del vialetto, fiocchi grandi come un’unghia scendono nella completa assenza di rumore, cadono muti a terra, uniformi e spaventosamente perfetti. Mi perdo in questa visione, spaventata e curiosa allo stesso tempo, assorta nei miei pensieri sento qualcosa di freddo toccare le dita dei piedi, una folata di vento ha spinto in casa un pò di neve che subito si scioglie a contatto col pavimento. Ritorno in me come se qualcosa o qualcuno mi avesse dato uno schiaffo, non voglio che entri in casa, non voglio che ricopra anche me e mi soffochi nel silenzio che si porta dietro. Chiudo la porta e torno a letto, il gatto si acciambella nell’incavo delle mie gambe come se volesse salvarmi da quel freddo mortale col suo calore. Le sue fusa riempiono il silenzio e mi calmo immediatamente. Tutto torna rumorosamente alla normalità.”
 
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©AngelaPetruccioli

Donna è…

Ho qui un piccolo elenco di parole preziose. È impressionante vedere come nella nostra lingua alcuni termini, che al maschile hanno il loro legittimo significato, se declinati al femminile, assumono improvvisamente un altro senso, cambiano radicalmente, diventano luogo comune; luogo comune un po’ equivoco che poi, a guardar bene, è sempre lo stesso, ovvero un lieve ammiccamento verso la prostituzione. Vi faccio un esempio. • Un cortigiano: un uomo che vive a corte. Una cortigiana: una mignotta. • Un massaggiatore: un chinesiterapista. Una massaggiatrice: una mignotta. • Un uomo di strada: un uomo del popolo. Una donna di strada: una mignotta. • Un uomo disponibile; un uomo gentile e premuroso. Una donna disponibile: una mignotta. • Un passeggiatore: un uomo che cammina. Una passeggiatrice: una mignotta. • Un uomo con un passato: un uomo che ha avuto una vita, in qualche caso non particolarmente onesta, ma che vale la pena di raccontare. Una donna con un passato: una mignotta • Uno squillo: il suono del telefono. Una squillo: …dai, non la dico nemmeno. • Un uomo di mondo: un gran signore. Una donna di mondo: un gran mignotta. • Uno che batte: un tennista che serve la palla. Una che batte: non dico manco questa. • Un uomo che ha un protettore: un intoccabile raccomandato. Una donna che ha un protettore: una mignotta. • Un buon uomo: un uomo probo. Una buona donna: una mignotta. • Un uomo allegro: un buontempone. Una donna allegra: una mignotta. • Un gatto morto: un felino deceduto. Una gattamorta: una mignotta. • Uno zoccolo: una calzatura di campagna. Una zoccola. Questo elenco non l’ho fatto io. Questo elenco lo ha scritto un uomo che si chiama Stefano Bartezzaghi, il professor Stefano Bartezzaghi, un enigmista, un giornalista, un grande esperto di linguaggio. Grazie, Bartezzaghi, per aver scritto questo elenco di ingiustizie. Io, che sono donna, le sento da tutta la vita, ma non me ero mai accorta. Ma questa sera non voglio fare la donna che si lamenta e che recrimina. Lungi da me… Però, certo, anche nel lessico noi donne un po’ discriminate lo siamo. Quel filino di discriminazione io, donna, lo avverto magari solo io, ma un po’ lo avverto, un po’ lo percepisco. Però, per fortuna, sono soltanto parole. Certo, se le parole fossero la traduzione dei pensieri, allora sarebbe grave, sarebbe proprio un incubo fin da piccoli. Eh, sì. All’asilo, un bambino maschio potrebbe iniziare a maturare l’idea che le bambine siano meno importanti di lui. Da ragazzo potrebbe crescere nell’equivoco che le ragazze in qualche modo siano di sua proprietà. Da adulto potrebbe – è solo un’ipotesi! – pensare sia giusto che le sue colleghe vengano pagate meno e, a quel punto, non gli sembrerebbe grave neppure offenderle, deriderle, toccarle, palpeggiarle, come si fa con la frutta matura o per controllare le mucche da latte. Se fosse così potrebbe anche diventare pericoloso. Sì si. Una donna adulta, o anche giovanissima, potrebbe essere aggredita, picchiata, sfregiata dall’uomo che l’ama. Uno che l’ama talmente tanto da pensare che lei e anche la sua vita sono roba sua, roba sua, e quindi può farne quello che vuole. Per fortuna, sono soltanto parole, solo parole, per carità! Ma se davvero le parole fossero la traduzione dei pensieri un giorno potremmo sentire affermazioni che hanno dell’incredibile, frasi offensive e senza senso come queste: • Brava, sei una donna con le palle! • Chissà quella cosa ha fatto per lavorare? • Certo, anche lei, però, se va in giro vestita così! • Dovresti essere contenta se ti guardano! • Lascia stare: sono cose da maschi! • Te la sei cercata! Te la sei cercata! Te la sei cercata! Te la sei cercata! Per fortuna, per fortuna, sono soltanto parole. Ed è un sollievo sapere che, finora, da noi tutto questo non è mai accaduto!”
 
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo estratto da monologo di ©Paola Cortellesi