Inverno dentro…

“…Era lì, seduta sulla solita panchina di pietra, dal naso sbuffava piccole nuvole di freddo, il cappello di lana era illuminato dal magro lampione accanto, come uniche compagne aveva qualche falena attirata dalla gialla luce sovrastante. Era il ritratto della solitudine invernale che attanaglia chi si porta un’assenza dentro. Aspettava forse qualcuno ma non ne sarei stata così certa, sembrava più un attesa immobile la sua, un fermo immagine grigio come il cielo. Ogni giorno si sedeva lì, in quel punto preciso, su quella panchina sotto quel lampione, e si fermava; rimaneva così, con lo sguardo perso di chi c’è ma non c’è, di chi è presente solo nel corpo ma non nell’anima, fissava un punto senza osservare nulla, non cercava niente con lo sguardo, lei aveva già trovato tutto e perso tutto al tempo stesso. Quanto si può rimanere fermi, persi in un posto e in un punto preciso, quanto tempo deve passare affinchè la vita possa riemergere? Non lo so, so che lei è lì, presente e al contempo assente, il freddo non la scalfisce, il buio non la turba, la solitudine non le fa paura. La osservo da lontano e non riesco a non fantasticare su di lei, sulla sua vita, annotando ogni piccolo dettaglio che possa farmi intuire qualcosa in più sulla sua vita.  Ma è impenetrabile come il freddo di questi giorni, eterea come la neve, lei ha l’inverno dentro.”
 
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©AngelaPetruccioli

Promesse da marinaio…

“…Quando lo vide lì sul molo, in divisa a parlar coi suoi compagni, lei sapeva come sarebbe andata a finire. Lo stesso valeva per lui quando girandosi la vide ferma nel suo vestito a fiori inondata dal sole di mezzogiorno. Si erano scelti prima di tutto con gli occhi, una connessione eterea che nessuno avrebbe potuto vedere e che solo loro potevano percepire. Cosa ci sarà mai dietro uno sguardo? Cosa può nascondere? Beh chiedetelo ai due innamorati e vi diranno che c’è tutto e non c’è niente, c’è caos e rumore, c’è pace e silenzio, c’è amore e passione, c’è desiderio e aspettativa, c’è paura e tensione. Si amarono, tanto, in ogni momento del giorno e della notte, si studiarono, memorizzarono ogni singolo tratto del loro corpo e della loro anima; la loro era passione allo stato puro declinata in ogni accezione fisica e mentale. Passarono ore e giorni ma  ciò che sapevano con certezza i due innamorati è che non sarebbe durata a lungo, il mare lo chiamava. Lui allora le disse “Tornerò te lo prometto!”
Ma come poteva lei credere alla promessa di un marinaio sposato con le onde e la spuma del mare, devoto ai venti e alla salsedine, innamorato delle stelle e dell’orizzonte sempre più lontano? Entrambi sapevano che non si sarebbero mai più rivisti… o forse sì, forse in un tempo e in uno spazio che solo loro avrebbero trovato.”
 
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©AngelaPetruccioli

L’oblio…

“…E allora lasciami qui, lasciami soffocare nel buio, lasciami cadere nello sprofondo, lasciami sola tra mille voci, lasciami nella confusione di mille pensieri. Dimenticami e dimentica, abbandonami per non cercarmi più, perché sai che non sarebbe mai come prima, non sarà mai come tu vorrai. Lasciami in questo spazio affinché io possa vagare indisturbata, lasciami nel tempo di un battito di ciglia che diventerà eterno come l’oblio a cui mi consegni…”
 
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©AngelaPetruccioli

L’attesa di quel treno…

“Ma quanto ci mette? Ecco lo sapevo, di nuovo in ritardo… Mi sono sempre chiesta come mai più una cosa la aspetti con ansia e più quella arriverà in ritardo; è proprio vero che le attese logorano l’anima e la pazienza, e io sono famosa per non essere Gandhi! E a pensarci bene sono tante le cose che nel corso della mia vita sono arrivate in ritardo: le mestruazioni dolorose, il primo bacio con la lingua, l’agognata laurea, la prima vera relazione duratura, la patente di guida, il primo lavoro con relativo primo magro stipendio (anch’esso in ritardo), il primo trasloco per emanciparmi  dalla famiglia e poi questo maledetto treno!… Eppure quando c’è qualche delusione in vista, lì sì che i colpi bassi arrivano subito. Come ganci ben assestati sulla bocca dello stomaco, gli insuccessi nella mia vita sono arrivati express, diretti e centellinati poco per volta: il primo fidanzato che ti lascia per la tua ex migliore amica, gli esami non superati perché il docente non ha gradito la maglietta a collo alto anziché la camicetta sbottonata, quella relazione che credevi fosse duratura e invece è finita con un messaggio vocale su whatsapp, il primo tamponamento per quello stronzo davanti a te che guardava il cellulare e non ha visto il pedone che attraversava, il primo licenziamento e la successiva siccità sul conto in banca, il quinto trasloco che ti fa pensare se oramai non sia meglio comprare una roulotte e darti alla vita da nomade. Solo una cosa non arriva mai puntuale: il treno! Eppure ci ho messo tanto nel decidermi, ci ho perso il sonno e le notti, mille i dubbi, mille le paranoie e una cosa sola speravo vivamente: non tanto la riuscita nell’intento che mi ero prefissata ma che almeno il treno, quel treno che mi avrebbe portato via lontano e che si dice passi una volta sola, fosse in orario. Ho chiesto solo una cosa a gran voce (non so a chi ma l’ho chiesto)  durante tutte le nottate passate a fissare il soffitto: niente attese, nessun indugio perché so che effetto avrebbero avuto su di me e cioè il ripensamento. E allora dai, sbrigati a passare, che ho fretta di cambiare!…”
 
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©AngelaPetruccioli

Verso il cielo…

“E’ buffo vedere il mondo dalla mia prospettiva, ci penso spesso! Sono esattamente a metà strada tra l’alto e il basso, tra il cielo e la terra, tra questo e quello; ovunque io guardi c’è qualcosa da osservare, c’è qualcosa da capire e seguire. Le mie radici sono i miei occhi verso l’oscurità, verso ciò che c’è di più profondo, verso quel mondo sotterraneo invisibile ai più ma che è fondamentale per la mia sopravvivenza e che troppe volte viene deturpato, insozzato e devastato. I mie rami sono le mie mani protese verso il cielo, esse ricevono luce e la trasportano attraverso tutto il mio corpo rugoso e immobile cosicché io possa scaldarmi e gioirne. E mentre dei gabbiani passano sopra di me urlando sguaiatamente, il vento tra le mie fronde mi dà l’illusione che anch’io possa danzare e muovermi al ritmo dell’universo. E’ buffo, da un albero cosa ci si aspetta se non l’immobilismo? E’ buffo, voi mi considerate come un qualcosa di inanimato e superfluo, eppure io sono qua, vi osservo continuamente, voi che vi muovete come piccole formiche iperattive senza un filo logico o una necessità; cosa ne sapete voi di un albero, voi che non sapete cosa significhi “fermarsi”, distendersi, allungarsi per poi stare zitti e riflettere”
 
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©AngelaPetruccioli

Neve tutto intorno…

“C’è un silenzio spettrale, nessun rumore, niente di niente, tutto è fermo e immobile. Esco, ho il pigiama e sento un freddo micidiale nelle parti scoperte del mio corpo; rimango ferma sulla soglia della porta e mi guardo attorno. C’è bianco ovunque, accecante, mi fa girare la testa… sarà il freddo penso tra me, sarà questa quiete irreale, opprimente, anormale. Strizzo gli occhi per abituarmi, cerco di mettere a fuoco quel che non c’è più, mi obbligo a dare una forma a quel che forma non ha più, divento un radar per scavare e dissotterrare ciò che è stato sommerso. C’è neve tutto intorno a me, ovunque io guardi, ovunque… Mi manca l’aria, eppure c’è vento, lo sento freddo sulle guance e sui piedi nudi; sono ancora sulla soglia di casa, un mucchietto di neve cade dai rami dell’albicocco in giardino. Stalattiti pendono dalla tettoia che ha protetto una parte del vialetto, fiocchi grandi come un’unghia scendono nella completa assenza di rumore, cadono muti a terra, uniformi e spaventosamente perfetti. Mi perdo in questa visione, spaventata e curiosa allo stesso tempo, assorta nei miei pensieri sento qualcosa di freddo toccare le dita dei piedi, una folata di vento ha spinto in casa un pò di neve che subito si scioglie a contatto col pavimento. Ritorno in me come se qualcosa o qualcuno mi avesse dato uno schiaffo, non voglio che entri in casa, non voglio che ricopra anche me e mi soffochi nel silenzio che si porta dietro. Chiudo la porta e torno a letto, il gatto si acciambella nell’incavo delle mie gambe come se volesse salvarmi da quel freddo mortale col suo calore. Le sue fusa riempiono il silenzio e mi calmo immediatamente. Tutto torna rumorosamente alla normalità.”
 
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©AngelaPetruccioli