OLTRE IL BUIO COSA C’E’…

A chi non è mai successo di toccare il fondo, di passare un brutto periodo, di aver terminato le risorse fisiche e mentali, di non aver più voglia di lottare e di andare avanti. Tutti abbiamo avuto quel momento nero, quell’attimo di smarrimento, quel tempo di non ritorno eppure ne siamo usciti, magari un  pò malconci ma ne siamo venuti fuori. Ed è in quel momento di rinascita, di fuga verso la luce che alla famosa domanda Oltre il buio cosa c’è?, troveremo una risposta o perlomeno crederemo di averne data una.
 
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©AngelaPetruccioli

L’amore di Ecate…

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Molto bello è quando si dà per scontato che l’interesse più grande di una donna sia l’amore. Noi donne abbiamo sempre lo stigma di inguaribili romantiche, di masochiste che corrono appresso allo stronzo di turno perché in fondo la tragedia ci piace, perché le storie d’amore che finiscono male ci danno quel piacere segreto e recondito dolceamaro, un altro modo per poterci lamentare con le amiche. Così, perché pensano che ci piaccia fare le vittime, vestirci di amori perduti, amori mai conosciuti, amori mai iniziati, amori non corrisposti. Forse sbagliamo perché come archetipo abbiamo quel guazzabuglio della mitologia e letteratura greca: guarda Afrodite che diventa amante di Ares e tradisce quel brav’uomo di Efesto. Perché lo fa? Ma perché Afrodite è donna e le donne vogliono il bello e stronzo. Ed Efesto è cesso e buono. Guarda Era: Zeus le fa le corna e con chi se la prende? Con le amanti del marito, mica con lui! Forse sotto sotto le piace l’amore tormentato! Persefone si fa impalmare da Ade che l’ha rapita e rinchiusa nel proprio regno. Artemide invece se ne sbatte. Artemide vuole eccellere nell’arte venatoria, non vuole sposarsi, ha una muta di cani con cui va nelle foreste a caccia e ha la sua combriccola di amiche ninfe con cui se la spassa nei laghetti e nei fiumi. Artemide una volta viene scoperta nuda da quel cazzone di Atteone e, dopo averlo beccato, lo fa sbranare dai suoi cani. Artemide è la personificazione della luna: quando è in cielo è Selene, quando è sulla terra è semplicemente Artemide e quando è negli inferi è Ecate. Ora, anche se Selene, quella gran ninfomane, si innamorò di Endimione e fecero assieme 50 figli (50, ragazzi, non cinque. E nemmeno dieci. Proprio 50), quella che mi affascina di più è Ecate. Ad Ecate, come all’altra faccia di se stessa, Artemide, non frega un cazzo dell’amore. Ecate sta ai crocicchi e ti guarda speranzosa che tu intraprenda la strada sbagliata. Ha gli occhi luccicanti di speranza quando qualcuno vuole vendicarsi e la evoca per la sua protezione. Ecate protegge i viandanti, ma anche gli stregoni, le veggenti e chi deve partorire. Ecate ha migliaia di affari a cui pensare e nessun interesse a trovarsi un dio da sposare. Ha i suoi calderoni, le sue code di lucertola, le sue tre teste da pettinare e tutti gli animali neri a lei sacri a cui badare. Non ha tempo per l’amore. Ecate ama solo una cosa. Se stessa. E quando dicono che le donne hanno come obiettivo primario l’amore e che il loro archetipo affonda le radici nella mitologia greca, recate come esempio Artemide ed Ecate, le due facce di una triplice medaglia. Ogni donna è come loro. Ha tre aspetti. Tre modi in cui si può presentare. E quando proverete ad appiattirla ad uno solo, lei vi si girerà contro e vi mostrerà le altre due teste per farvi gradita sorpresa.
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©MachinaReiMilitaris

 

 

 

L’effimera bellezza…

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Devo fare in fretta, devo sbrigarmi, devo mostrare a tutti quanto sono bello! Svelto… più in fretta… ecco, fatto! Ora sì, ora tutti possono vedere la mia bellezza e delicatezza! Però anche voi, sbrigatevi che il tempo è tiranno! Pochi istanti ancora, pochi sospiri e sarà tutto finito. La mia bellezza risiede nell’effimero, sta nella brevità del momento… Il tempo di un respiro, d’un battito d’ali, di una goccia di pioggia, un soffio di vento e via! La mia bellezza svanirà, non potrete più vederla, non potrete più adorarla. Ma non siate tristi, tornerò, mi preparerò a lungo per questo breve momento. Per regalarvi ancora una volta, un attimo di effimera  bellezza!
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©AngelaPetruccioli

 

 

Di spalle…

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Quando osservo qualcuno di spalle, la mia immaginazione è come stimolata nell’immaginare storie e persone che si celano al di là di quelle spalle. Ancor di più se mi capita di osservare degli anziani… Effettivamente ne avrebbero di cose da raccontare, quante sofferenze hanno sopportato quelle spalle? E quante gioie le hanno alleggerite? quante delusioni sono state gettate dietro di esse? E’ sempre bello osservare le persone di spalle.
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©AngelaPetruccioli

Solitudine…

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“Che strana sensazione la solitudine. Non è mancanza nè assenza, nè vuoto nè pienezza, è un limbo, una terra di mezzo, una zona franca dove ti puoi perdere o trovare, un luogo da dove puoi partire o dove puoi arrivare.”                                                                                                      Foto ©AngelaPetruccioli   Testo ©AngelaPetruccioli

 

 

 

Verona. . .

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Quando lo spettro della Peste passò su Verona, l’effetto incredibile che ebbe sulla vita delle persone lasciò un segno indelebile anche per le vie della città. Non fu l’abitato più martoriato in termini numerici, perché Milano contò centinaia di migliaia di vittime, ma considerato il numero ben più esiguo di abitanti Verona, quest’ultima fu il cuore nero della Peste del 1630. Furono 33.000 le vittime. Il 61% della popolazione. Più della metà. Morti. Malati. Andati. Inghiottiti dal morbo. Sapete che vuol dire? Giusto per farvi un paragone, se oggi succedesse nella città in cui voi abitate, sparirebbe la maggior parte dei vostri conoscenti. I vostri vicini di casa. I vostri insegnanti. I vostri parenti. I vostri amanti. Perduti. Andati. Morti. 61% della popolazione vuol dire che ogni cosa si ferma. Che la maggior parte delle case si svuota. Che intere vie, una volta popolate del chiacchiericcio dei passanti, diventano gallerie cineree di una pinacoteca mortuaria. Al peggio, calpestavi cadaveri per strada. Al meglio, ti ritrovavi da solo. I tavoli delle locande senza avventori. Chiese dalle porte divelte e dai paramenti sacri rubati, le assi cigolanti per il vento che sussurra nelle orecchie di chi è sopravvissuto. I primi giorni sono una specie di orgia delle peggiori infamate umane: gente che, con la scusa di una probabile morte nei giorni successivi, faceva tutto quello che aveva soppresso in tanti anni di normalità. Gente che si sentiva legittimata a rubare, godere, uccidere, picchiare. Perché tanto chi gliel’avrebbe fatta pagare? Non c’era legge nei paesi con la peste. E in quel 1630 anche Verona divenne prima Inferno, con demoni danzanti, umani che avevano perso umanità. Poi divenne Purgatorio. Silenzio. Perché quando muore gran parte della città c’è un silenzio surreale che nessuno si aspetterebbe. Finite le orge, finito lo spettacolo triste e indecoroso dell’umanità impazzita in preda alla paura e all’egoismo, finite le urla, finito tutto quel che lo spettacolo della Peste poteva offrire… ecco, rimanevano solo i morti. I cadaveri e il silenzio. E il tintinnio di qualche monatto.   Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©MachinaReiMilitaris

Il mare…

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“Guardò il mare e capì fino a che punto era solo, adesso. Ma vedeva i prismi nell’acqua scura profonda, e la lenza tesa in avanti e la strana ondulazione della bonaccia. Le nuvole ora si stavano formando sotto l’aliseo e guardando davanti a sé vide un branco di anatre selvatiche stagliarsi nel cielo sull’acqua, poi appannarsi, poi stagliarsi di nuovo, e capì che nessuno era mai solo sul mare.”
Foto ©AngelaPetruccioli
Testo cit. da “il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway

L’ira…

AngelaPhoto12C’era stato un periodo in cui Agrippina aveva pianto fino a consumarsi le gote, fino a farsi venire le ginocchia sbucciate per quanto spesso si gettava a terra nella disperazione. C’era stato un periodo in cui Agrippina aveva, con amarezza e con rimorso, rimpianto tutti i giorni in cui Germanico le era stato lontano. I giorni in cui aveva affiancato Tiberio in Germania e il leone che sarebbe diventato aveva già fatto mostra della sua bella criniera. I giorni in cui fu eletto Console e gli bastò presentarsi di fronte alle legioni per quietarle, per placarle, per rimetterle in riga. Non ebbe bisogno nemmeno di alzare la voce. Lui si presentò e i legionari che si erano dati alla macchia, al saccheggio e allo stupro abbassarono gli occhi in vergogna. Rimpianse quei giorni lontana da lui. I giorni, poi, in cui Germanico riconquistò le aquile perdute a Teutoburgo. E rimpianse soprattutto, infine, i giorni dell’incarico ad Oriente. I giorni in cui suo marito aveva premiato Pisone. I giorni in cui quell’infame lo aveva avvelenato. Ogni giorno che Agrippina non aveva passato con Germanico, lui aveva speso quelle ore per Roma. E la cosa più orribile era che Roma non lo aveva ringraziato. Alla cerimonia funebre delle ceneri, Agrippina aveva pianto talmente tanto che sentiva i suoi occhi ardere come durante un incendio. Sì, c’era stato un periodo in cui Agrippina aveva pianto fino a consumarsi le gote, fino a farsi venire le ginocchia sbucciate per quanto spesso si gettava a terra nella disperazione. Ma quando perfino Tiberio si rifiutò di presentarsi al funerale del marito, Agrippina conobbe un nuovo sentimento. Non il rimpianto, che conosceva bene. Non l’amarezza, troppo blanda rispetto a quel che i suoi polsi tremanti e il suo cuore battente le suggerivano. Quello che provò Agrippina, quando si ritrovò circondata di altre persone che lo amavano, tutti, tranne Pisone e Tiberio, infami, lei fu presa da una nuova, inusitata abitante della sua mente. L’ira. La traboccante, incontrollabile ira.

Foto ©AngelaPetruccioli
Testo ©MachinaReiMilitaris